Racconto: Marco Magni

Category

Racconto

Date

24 febbraio 2017

Share it:
About

“Più la maglia era sporca più mi ero divertito”. E’ questa la frase che può sintetizzare 20 anni di Oratorio.
Ho varcato i cancelli dell’Oratorio San Giuseppe a Brugherio a 6 anni. Il periodo trascorso fino all’adolescenza si potrebbe definire “scapigliato”. Caratteristica di questo periodo era la  vita disordinata e anticonformista.

Si arrivava in Oratorio domenica pomeriggio subito dopo “Guida al Campionato” e si cercava di ripetere le gesta dei nostri beniamini di seria A di seconda fascia; da “saponetta” Fiori a Pasquale Luiso passando per Sandro Tovalieri, solo per citarne alcuni.
Dopo la sempre mal sopportata preghiera del pomeriggio, i giochi di gruppo la facevano da padrone. Palla in campo, calcio chiamato insieme agli anime giapponesi hanno forgiato nella tempra e nello spirito intere generazioni.
Dopo un’alimentazione sregolata a base di spuma nera (per i più impavidi si poteva scegliere anche nelle gradazioni di bianca, gialla o sanguinella), goleador e gelato/brioche a seconda della stagione si perdevano lembi di pelle, rotule, menischi sul campo sassi misto ghiaia. Il rientro a casa per il 90esimo minuto.
L’adolescenza è stata l’età della consapevolezza: l’età a cui è difficile dire e ad accettare i no. “No” al motorino elaborato Polimi con variatore da 22 che ancora tutt’oggi non capisco cosa voglia dire; “no, non mi piaci” detto in ordine da Valentina, Elena, Eleonora, Arianna etc… (era pur sempre un Oratorio maschile e l’arrivo di una ragazza gettava tutti nel disagio). “No, con noi non esci”  perché se frequentavi l’oratorio eri uno sfigato.
I “No” detti alle scorciatoie nello studio, nel divertimento, nello sport.

Gli anni dell’apparecchio, dell’acne, del “motorino sempre (mai) in due”  e del “tranquillo ci siamo qui noi” vengono superati più o meno brillantemente grazie ai campeggi, agli oratori feriali, alle gite a Gardaland o Acquatica, alle giornate comunitarie, al ritiro primaverile a Capizzone.
Come in alcune storie d’amore, ad un certo punto capisci che non puoi/riesci a dare quel qualcosa in più. Sembra che i cancelli che non riuscivi a scavalcare ora siano troppo bassi, che i muri, utili solo a non far rotolare in strada il pallone, siano troppo stretti.
Capisci che è giunto il momento. Quel mondo non basta più. Quello che si è imparato in Oratorio senti che devi seminare in altri campi, in altri posti; molto spesso questi mondi sono il volontariato, l’associazionismo, la politica, lo sport il lavoro. Insomma la vita.
E poi succede che nel febbraio del 2017, seppur con il logorio della vita moderna, con il corner corto che impazza, con l’estinzione della spuma bianca e la proliferazione delle Goleador Blu (horror),  ti imbatti in “cresciuto in oratorio” e decidi di scrivere un pezzo. Tu che scrittore non lo sei mai stato (al massimo il ciclostile memorandum per la messa domenicale). Vuol dire che qualcosa ti è rimasto dentro.