Racconto: Mattia Gessaghi

Category

Racconto

Date

14 marzo 2017

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Voglio partire dalla prima cosa che associo all’oratorio: l’oratorio feriale. Dopo un giorno intero passato al di la di quel cancello, fra campi da gioco, canestri, porte, la giornata finiva con il ghiacciolo che veniva dato ad ognuno di noi. “Spero mi capiti quello alla Coca Cola”, “io spero all’anice”. Era discrezione dell’animatore cambiartelo, ma la maggior parte delle volte eri costretto a tenerti quello dato. E si tornava a casa felici, abbracciati, ridenti, percorrendo quella strada che ancora oggi è la stessa, ma non sento più quel profumo di fiori che sentivo allora.

 

Avevamo tutti il cappello della squadra a cui appartenevamo, non ce lo toglievamo penso nemmeno a giocare a calcio. C’erano i rossi, i blu, i verdi e i gialli. c’era il breve incontro di preghiera delle 14, c’erano i canti che ancora oggi mi riempiono il cuore. “La tenda” “Camminerò” “La mano nella tua” sono inni alla giovinezza e alla spensieratezza di quei momenti. C’erano le partite di calcio, palla spagnola, biliardino, ping pong, tam tam. “Ma è per i punti? Allora levatevi” per rivendicare l’importanza delle partite ufficiali. C’era la pausa alle 16, apriva il bar per un quarto d’ora. C’era la fila per prendersi un gelato, un sacchetto di patatine, una gazzosa. E poi ancora a giocare.

 

Era il mio mondo, non aspettavo altro tutto l’anno, l’oratorio feriale. Era semplicemente il paradiso perché iniziava con la fine della scuola e terminava con l’inizio delle mie vacanze estive. Giocare, giocare, giocare. E’ iniziata così, con questo pensiero fisso che era il centro di ogni cosa. Giusto, ero un bambino. Ma non è cambiato molto nemmeno da adolescente, da animatore. Il mio mondo era sempre li, ogni giorno, ogni pomeriggio con i miei amici più cari che anche oggi possono combinarle di tutti i colori, ma loro c’erano quando mi sono sbucciato il  ginocchio o ho pianto per una sconfitta a pallone. E per me sono importanti sin da allora. E’ difficile spiegarlo.

 

L’oratorio ci ha dato un legame. Indissolubile. Ho quasi quaranta anni ma gli amici dell’oratorio in un modo o nell’altro sono quelli che ho ancora adesso e che fanno parte della mia vita. Sono stato fortunato. Il prete ad esempio: era appena arrivato mentre io facevo le prime comparse in oratorio. Avevo 6 anni. Ha lasciato la parrocchia che ne avevo quasi 20. A qualsiasi persona racconti questa cosa mi viene detto che non conosce prete che sia rimasto così tanti anni in un posto. Un motivo c’è. Piero è stato un maestro, lo possono dire anche i muri del mio paese. Propositivo, trascinante, irrefrenabile e con sotto le palle. Buono di certo, ma ad un brutto comportamento reiterato poteva partire un calcio nel sedere con la punta o una gnocchetta in testa. Forse era meglio comportarsi bene.

 

L’oratorio mi ha trasmesso la voglia di fare. Le domeniche pomeriggio per me non sono state solo calci al pallone e partite a ping pong. C’era il cinema dell’oratorio. Non ricordo come sono stato ingaggiato, ma mi presentarono questo signore calvo dal viso simpatico quale ‘responsabile del cinema’. Era una persona a cui piaceva molto stare in mezzo ai giovani e di una allegria unica e contagiosa. Lì partì la mia avventura di cineoperatore. Venerdì montaggio del film con annessa partita a carte. E poi risate, scherzi. Domenica si andava in scena con la proiezione del film. E ancora momenti goliardici.
Poi purtroppo si cresce e nel mio caso ci si allontana dall’oratorio per motivi lavorativi, familiari. Ma non è durato molto.

 

Oggi è sempre la mia seconda casa, il luogo accanto a dove va mia figlia all’asilo, dove ci troviamo per provare con il coro per i matrimoni, dove suoniamo nell’appuntamento annuale con la Band, il posto dove spesso la domenica finiamo per tornarci con le famiglie. Ancora. Dopo più di 30 anni. Non è cambiato niente. Il cuore ritorna sempre dove le cose belle sono iniziate e hanno preso il proprio corso.