Racconto: Stefano Santoro

Category

Racconto

Date

6 marzo 2017

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Se Gesù fosse cresciuto in Oratorio, avrebbe fatto il calciatore.

Quando varchi per la prima volta la porta di un oratorio non puoi immaginare Chi ti stia aspettando e a braccia aperte. Puoi essere un bambino alla sua prima estate ragazzi, ma puoi anche essere un animatore che di estate ragazzi ha sempre sentito parlare senza però averla mai vissuta. Può anche darsi che queste strade decidano di intrecciarsi, e di proseguire insieme lungo un percorso che soltanto Dio poteva pensare, attraverso gli anni e attraverso gli sguardi…

Dieci anni fa non mai avremmo pensato di finire così, con valigie cariche dei ricordi felici di chi in oratorio ha trascorso le stagioni migliori e un legame così forte da sembrare troppo bello per essere reale. Entrare in quei cortili significa iniziare qualcosa che ti cambia, qualcosa che ti sceglie e decide di accompagnarti, perché sei troppo importante per essere lasciato da solo. Vivere l’oratorio significa capire che nessuno si salva da solo, e che quando si pensa di salvare qualcuno ci si sta in realtà facendo salvare da lui…

Entrare in oratorio significa capire che dall’oratorio bisogna uscire, perché la gioia è vera solo quando raccontata, e le orecchie che han bisogno di quei racconti si trovano lontano da lì… Chi si sente amato, insegnerà ad amare.

Ormai l’oratorio è una seconda famiglia, con i suoi pregi e i suoi difetti. In famiglia si litiga crescendo e si cresce litigando. Si impara ad amare vivendo, e a vivere amando.

Le persone che rendono il percorso indimenticabile finiscono con il rendere la vita unica. Diventano il sale. Ed è a queste persone che si deve un grazie che non potrà mai essere cancellato da nessuno. Perché fratelli si può nascere, ma si può anche decidere di diventarlo. Ed è bello. Tanto.

In oratorio ci insegnano che la vita non è una sola, ma se anche così fosse… Beh, fieri di averla trascorsa in oratorio.