Racconto: Veronica D’Ortenzio

Category

Racconto

Date

21 febbraio 2017

Share it:
About

Decido di scrivere proprio oggi il mio “Cresciuto in oratorio”, anche se sono giorni che ci penso, perché oggi mi è ricapitato fra le mani un cd di foto vecchie del 2006 fatte a uno dei campi di formazione organizzato dal Centro Oratori Romani e mi sono ripassati di fronte agli occhi miliardi di ricordi e ti rendi conto di quanti anni sono passati…

 

Non sono cresciuta in oratorio, ci sono entrata a 17 anni. Adesso ne ho quasi 31 e oggi posso dire che grazie all’oratorio sono cresciuta e oggi, sempre grazie all’oratorio, divento grande. Il 90 per cento di quella che sono, deriva dalla mia esperienza di vita al Centro Oratori Romani e l’incontro con Arnaldo Canepa. Oggi, ho capito che l’oratorio è la mia vita e per questo, ho dopo aver cambiato città, mi sento di dire che il regalo più grande che l’oratorio mi ha fatto è me stessa.

 

A Settembre del 2002 io ero tutto sommato una brava ragazza, seppur molto inquieta, andavo a messa, frequentavo il liceo classico e partecipato al gruppo dopo-cresima. Quell’anno, la mia parrocchia di appartenenza decise di chiamare il Centro Oratori Romani affinchè gli mandasse un catechista missionario per risollevare le sorti dell’oratorio. Ma a me questa storia non è che mi toccasse più di tanto.

 

L’estate del 2003 servivano persone per il Grest e si decise di andare a pescare fra i giovani della parrocchia. Accettai con la buona dose di incoscienza che caratterizza le scelte importanti nella vita. C’è un piazzale nella mia parrocchia: a destra la sala dove si svolgeva il dopo-cresima, a sinistra l’entrata per l’oratorio. E’ nel percorrere quei pochi passi che mi sono giocata tutto. Varcare la soglia dell’oratorio è stato varcare la soglia di una proposta che mi veniva fatta. Con le lacrime agli occhi mi ritrovo qui a cercare di spiegare a parole, ma senza riuscirci, che cosa significa per una ragazza di 17 anni trovare un posto da chiamare famiglia e dove sentire di essere sé stessi. Cosa significa trovare finalmente un posto dove esprimersi e dove esercitare l’esercizio della scelta. Tutto ciò che io sono l’ho deciso là dentro.

 

A me nessuno mi aveva mai chiesto: che musica ascolti? Che gusto di gelato ti piace? Con che colore vuoi colorare? Come ti piace vestirti? Io, nelle scelte che mi ha fatto fare l’oratorio, ho iniziato a esprimermi, e quindi ad amarmi…io nell’oratorio mi sono riconosciuta, per questo gli sarò sempre riconoscente. Di tutta la mia inquietudine il Cor ha saputo fare una cosa stupenda e meravigliosa, per questo non parlo di un oratorio specifico, ma del Centro Oratori Romani: è il Cor che di tutta quella energia che mi avanzava fra le mani, ne ha saputo fare missionarietà e urgenza di incontrare tante comunità, di donarmi e di mettermi al servizio. Se io chiudo gli occhi e penso alle parole “mamma e papà” a me vengono in mente i volti delle persone del Centro Oratori Romani: l’oratorio è per me “culla” e “radice”.

 

A fine agosto del 2003 parto per il primo dei campi di formazione del Cor. Appena scesi dal pullman ricordo un cerchio di bans: entrare in quel bans non è stato solo entrare in un cerchio della gioia, ma è stato entrare in una vita di gioia; non c’è niente di quello che il Cor mi abbia proposto di fare che oggi non mi serva nella vita. Se tutto quello che mi può essere successo nella vita è stato lo spendersi necessario, il vuoto da fare in me per far posto all’oratorio, beh che tutto ciò sia benedetto! E poi la vocazione nella vocazione: io in oratorio ho scoperto l’animazione, che mi aspettava dietro un angolo, ma che sapeva che era necessario aspettare il tempo giusto. L’oratorio e l’animazione mi hanno scelto: nella piazza della mia parrocchia, il cancello di entrata è accanto il cancello del parco. Se io avessi varcata quella soglia piuttosto che questa dell’oratorio, oggi sarei una persona diversa, e sarei peggiore.

 

Credo che ogni individuo per avere dignità debba sperimentare un’appartenenza, debba condividere un metodo di vita e uno stile. L’appartenenza che io ho scelto è quella dell’oratorio, lo stile quello dell’animazione. Se io sono qualcosa sono un’animatrice. Non è importante se a Roma o a Perugia, se con l’arte o con la musica: basta che sia oratorio e che sia animazione. L’oratorio è il mio SI, mi comporta quindi tante rinunce, ma verrà sempre al primo posto. Non potrebbe essere altrimenti, perché io non posso prescindere dalla mia storia. Nel mio essere complicata, mi ricordo perfettamente un dialogo con una persona del Centro Oratori Romani al quale con le lacrime agli occhi dicevo: “Vedete che me ne voglio andare e non mi state trattenendo!”. Mi venne risposto: “Perché ancora una volta stiamo facendo mamma e papà…”. Loro sono stati i primi che ho chiamato per dirgli che la strada dell’oratorio mi portava a Perugia e che, dopo tanti anni di discernimento, ora lo stavo facendo. Quando mi è stato detto che mi veniva tolta la responsabilità della commissione animazione mi sono arrabbiata tantissimo, ho sbattuto i piedi e ho urlato, ma sempre quelle persone, l’Oratorio, hanno aspettato che mi calmassi e mi hanno detto: “Sai che siamo qui, sai che quando vorrai tornare ci troverai qui, ma non dovrai tornare perché devi, dovrai tornare perché vuoi, non avere incarichi ti rende libera, non vogliamo che tu sia dei nostri, vogliamo che tu sia felice”. …così si costruisce una persona.

 

La commissione dispense, la commissione Arnaldo Canepa, l’animazione, i campus, i perCORsi, il PENS, la pastorale giovanile, l’ores…e poi le esperienze fuori: Arezzo, Firenze, Capizzone, Perugia, Assisi, Imola…solo posti? Spazi? No: vita. Il corso di perfezionamento, gli eventi, l’happening, le altre realtà d’oratorio: solo date e sigle e loghi? No, incontri, da cui è nato ArtOratorio: una vita dedicata ad accettare quella sfida di abbandonarsi e di fidarsi. La mia opportunità, la mia occasione. La mia vita abbracciata all’oratorio mi ha fatto cambiare nome su Facebook, mi ha fatto capire perché ho scelto storia dell’arte all’università e mi ha fatto capire che essere originali significa non prescindere dall’origine.

 

Ieri Roma e il Cor, oggi Perugia e ArtOratorio: animazione a regola d’arte e fede ad altezza di sguardo. Non è una cosa mia: è la mia vita. ArtOratorio è un progetto che mi è stato donato, il modo “da grande” per rimanere in relazione con l’oratorio, che mi ha insegnato che sono un capolavoro, come tutti eh!, e che la felicità è aderire al disegno che Dio ha in progetto per me. E quanto ancora qui a Perugia l’oratorio mi sta insegnando: quanti segni visibili della presenza di Dio nella mia vita mi mostra, quante persone mi sta mettendo sulla strada, quante profezie mi sta raccontando.

 

Alla festa di San Costanzo, patrono di Perugia, parlavo con una persona che si stupiva di quanto io conosca Perugia. Perché benchè ci abiti solo da quattro mesi sono anni che ci vengo spessissimo, quando ne parlo mi brillano gli occhi, è uno stato mentale, un luogo del cuore, io non ho scelto di abitarci, ma di viverci, anche lei ha scelto me, come l’oratorio, e ArtOratorio è voluto tornare nella città dove è nato per crescere. Un po’ come me, che qui non ci sono nata, ma da qui riparto. Perugia è il mio riscatto, ma senza rancori. Si, sono da sola qui, ma non sola, perché casa è ciò che ti segue ovunque tu vada. La volete sapere una cosa curiosa? Sapete come si chiama la persona che il Cor mandò per l’oratorio nella mia parrocchia di appartenenza? Costanzo…
Si, ora lo posso dire con forza: l’oratorio mi ha salvato la vita…